A PORTE CHIUSE

Scritta nel 1944 ma estremamente attuale e "rivelatrice", l'opera di Jean Paul Sartre si svela in tutta la sua potenza comunicativa, trasportandoci in un'atmosfera intima, claustrofobica a tratti, eppure fortemente evocativa.

In un vortice di dialoghi taglienti, confessioni rivelatrici (ma non sempre sincere), la storia procede evolvendosi in un vero e proprio gioco al massacro, in cui schemi ed equilibri cambiano continuamente, ora colpendo l'uno, ora l'altro, in un alternarsi di alleanze, desideri incontrollabili e manipolazione. I tre "condannati" sperimenteranno le strade più diverse - e più crudeli - per torturarsi psicologicamente a vicenda diventando, a fasi alterne, ciascuno il boia degli altri due.

 

L'adattamento scelto e realizzato insieme al regista Vittorio Attene e alla scenografa Caterina Riccomini enfatizza in modo evidente la presenza di barriere - non solo fisiche - alla reale comunicazione e comprensione tra personaggi che, assorbiti dal loro passato e dalle loro esistenze più o meno disperate, dovranno fare i conti con una solitudine della mente, prima ancora che dello spazio.

Del resto, persino nel proprio spazio non vi è alcun appiglio, alcun aiuto. A ognuno di loro sono state assegnate solo una sedia e una porta. Chiusa per l'appunto.

 

I tre protagonisti incarnano paure, timori, colpe ed eccessi, con tutte le ombre tipiche della più meschina umanità. Un giornalista bosniaco che vuole farsi credere impavido mal celando i suoi reali comportamenti, una donna dura che nella pratica della manipolazione nasconde le sue fragilità, una giovane donna abituata alla bella vita e alla continua ricerca di figure maschili disposte a colmare i suoi vuoti. Tutti e tre sono costretti a fare qualcosa mai fatta prima: fare i conti con se stessi e "guardarsi allo specchio", confrontandosi con i pregiudizi degli altri due. Perché appunto "l'inferno sono gli altri".

 

Per Sartre, i diavoli sono gli uomini, che ci attorniano, ci toccano, che respirano la nostra stessa aria, che sfiorano la nostra carne, ma ben peggio, ci guardano e il loro forcone è lo sguardo. Con esso ci giudicano, ci spogliano delle certezze; mentono, sono in malafede, ci fanno sentire nudi. 

Una metafora delle relazioni sociali e della stessa identità, formata (o deformata) dalla prospettiva degli altri. Un’intuizione che rimane sempre potente per la sua capacità di descrivere i rapporti umani, e dunque le aberrazioni e forzature del giudizio altrui, anche 70 anni dopo, nell'epoca in cui il “controllo” dell’altro passa impietoso e violento attraverso i media e i social network, definendo un “inferno globale” che è l’ambiente in cui viviamo. E forse è questa la vera condanna: essere relegati al giudizio altrui, consapevoli che qualsiasi cosa noi facciamo per alterarlo ed apparire migliori, l’ultima parola spetterà sempre agli altri, e il mondo continuerà comunque, con o senza di noi.

“Il teatro non è indispensabile. Serve solo ad attraversare le frontiere fra te e me” (J. Grotowski)

 

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